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Humboldt-Universität zu Berlin - Faculty of Language, Literature and Humanities - Alexander von Humboldt Professorship

Si qui voluerit: l’architettura come «arte del possibile»

Elisa Romano (Pavia)

Inde architectura 4,3,1-3 (T1) Vitruvio dichiara che, nonostante i teorici dell’architettura ellenistica rifiutino da molto tempo la realizzazione di templi in ordine dorico, esporrà ugualmente le regole relative, destinandole a chi volesse in futuro costruire edifici sacri di tale tipologia. Questo passo può essere assunto come significativo punto di partenza per una riflessione sul rapporto fra ‘dire’ e ‘fare’ nell’unico trattato antico di architettura conservatosi fino a noi: fra il sistema normativo e la scrittura, da un lato, le applicazioni pratiche e le realizzazioni concrete, dall’altro. Nell’ambito degli studi vitruviani, anche dei più recenti, questo rapporto è stato per lo più inteso, e come tale indagato, come possibile correlazione fra il trattato e la documentazione archeologica. Di conseguenza, l’accento principale è stato per lo più posto sulla presunta separazione fra ilde architectura e la realtà architettonica contemporanea: sia nella sua componente descrittiva sia in quella normativa, il trattato è stato tradizionalmente considerato l’anacronistico riflesso di una fase del passato, e il suo autore un conservatore chiuso alle innovazioni della propria epoca. Dipendente da una tradizione libresca, Vitruvio, in questa prospettiva critica, presenterebbe modelli ideali e astratti privi di corrispondenti concreti, fino al paradosso di prescrivere, pensando nel libro V alla basilica come edificio ideale (5,1,4s.), soluzioni costruttive diverse da quelle che lui stesso aveva realizzato nella basilica di Fano e di cui rende conto poco dopo (5,1,6ss.), creando un’apparente incongruenza nel testo. Curiosamente, questa accusa di scollamento rispetto alla realtà era stata prevista dallo stesso autore, che in 5,5,7, per esempio, previene l’obiezione di un ipotetico interlocutore sull’inesistenza di teatri dotati di risuonatori per la voce, come quelli da lui descritti (T 2). Questo tipo di lettura, che pone a confronto due serie disomogenee, il testo da una parte e una serie di oggetti (attestati o ricostruibili) dall’altra, non può condurre a conclusioni univoche e non fa che confermare la complessità di un testo stratificato e, come è noto, ricco di incongruenze e di oscillazioni interne come ilde architectura. Pierre Gros, pur sottolineando «la prevalenza del sistema espositivo sulla realtà dell’esperienza vissuta», ha osservato nello stesso tempo che «detto questo, accade a Vitruvio, più spesso di quanto si potrebbe pensare a una prima analisi, di proporre idee proprie e di estendere a edifici che tradizionalmente non ne erano interessati sistemi normativi che sembra aver elaborato da solo». È per l’appunto, quest’ultimo, il caso, da cui siamo partiti, dell’ordine dorico (4,3,1-3); ma si pensi anche, per fare solo un altro esempio, che le perplessità espresse sulla struttura muraria dell’opus reticulatum, del quale vengono denunciati in 2,8,2ss. difetti e controindicazioni, precorrono con singolare lungimiranza l’abbandono di tale tecnica costruttiva nei decenni successivi, processo sul quale secondo alcuni la precettistica vitruviana potrebbe aver avuto un influsso.

Rispetto a questo punto di vista che potremmo definire ‘esterno’ sembra allora più interessante assumerne uno più ‘interno’ al testo, rivolto non già alle eventuali corrispondenze ‘oggettive’ fra il trattato e la realtà esterna, ma piuttosto al modo in cui l’autore considera sia, in generale, il rapporto fra momento ideativo, di ricerca e di scrittura, e momento pratico-esecutivo all’interno dell’architettura, sia, più in particolare, il rapporto fra le sue descrizioni e regole e le realizzazioni concrete.

In generale, ripetutamente e fin dai primi capitoli, quelli più programmatici, del libro I Vitruvio indica l’opus come obiettivo finale della stessa cultura dell’architetto e come metro per la verifica delle articolazioni teoriche dell’architettura: lainstitutio dell’architetto nella propriaars è finalizzata alla pratica,ad faciendum, come esplicitamente affermato in 1,1,16 (una arte ad faciendum sunt instituti). Scendendo in dettaglio poi, più volte nel trattato, attraverso moduli espressivi la cui riconoscibilità è quasi formulare (si qui voluerit è uno di questi), egli sottolinea il nesso fra il suo scritto e l’azione: per limitarci a pochi esempi, oltre che nel già ricordato 4,3,3, anche in 2,8,8 (T 3) e in 2,10,3 (T 4). Alcune di queste indicazioni, anche alla luce della loro formulazione e costruzione sintattica (si pensi soprattutto agli elenchi di ‘istruzioni per l’uso’ e ai rimandi interni ai grafici che dovevano corredare il testo), rinviano a una esperienza ‘di bottega’: è questo uno strato presente e ben visibile nel trattato, nel quale tuttavia non si esaurisce l’attenzione di Vitruvio per l’applicazione pratica. Come hanno messo bene in luce studi recenti, egli si propone infatti di superare lo stadio della ‘bottega’ (o del ‘cantiere’), dei segreti della professione, dell’accumulazione di ricette e di schizzi. La traducibilità dei suoi precetti si collocherà dunque su due livelli: uno più basso, e in questo senso si configurerà come esecuzione di istruzioni, uno più alto, ove l’applicabilità coinciderà con l’esplicazione di tutte le potenzialità contenute nellatechne del costruttore.

Nel fornire ai suoi lettori-destinatari (che sono più d’uno; a proposito, sarebbe interessante provare a verificare se i diversi livelli di traducibilità corrispondano a livelli differenti di destinazione, a seconda dei vari contesti) indicazioni e insegnamenti nel campo dellaaedificatio, Vitruvio adotta una strategia comunicativa in cui ha un ruolo significativo l’errore da evitare (secondo una topica consolidata della letteratura didascalica, anche poetica). Nella categoria dell’errore si profila come caso estremo l’errore in quanto tentativo di realizzare l’impossibile, efficacemente esemplificato dalle ‘città impossibili’ descritte nel trattato, dall’insalubre Salapia di 1,4,12 alla troppo ventosa Mitilene di 1,6,1 all’irrealizzabile città progettata da Dinocrate per Alessandro nellapraefatio al libro II. A fronte dell’errore e dell’irrealizzabile da evitare, Vitruvio invita i suoi destinatari a valutare ciò che è possibile e realizzabile, anche quando non ancora o non più messo in pratica (come nel nostro esempio-guida del tempio dorico di 4,3,3) o praticato solo in un luogo e non in altri. Lo spazio di possibilità che può dar luogo a nuovi sviluppi dell’architettura, o ripristinare forme desuete, o importare tecniche in uso altrove, è ricavato all’interno di uno scarto fra una situazione come è (o non è) e come potrebbe essere (o è altrove). Per inciso: questo scarto coincide in molti casi con la divaricazione fra pratiche greche e romane, e rinvia all’«us/them opposition» in cui Wallace-Hadrill ha recentemente riconosciuto una delle linee portanti della proposta culturale vitruviana.

Tuttavia la capacità di intervento dell’architetto non è illimitata: non sempre lo scarto può essere colmato, come nel caso del tanto elogiatoopus latericium, in mattoni, al posto del quale a Roma bisogna ripiegare su strutture di cemento, a causa dell’altezza dei palazzi e delle leggi che impongono uno spessore che ne rende impossibile l’impiego (2,8, 16s.:T 5). È l’adattamento alle situazioni il criterio principale che determina la traduzione in pratica dei precetti vitruviani: adattamento alle esigenze di chi userà gli edifici (per esempio, ilpopulus nei teatri), alla natura del terreno e alle condizioni climatiche del luogo in cui si costruisce, alle risorse presenti sul territorio. La necessità che l’architetto si adatti e che sia consapevole che le sue regole non sono universalmente applicabili è dichiarata esplicitamente in 5,6,7 (T 6), passo che contiene un’altra importante implicazione: è proprio in questa capacità di adattarsi, infatti, che si realizza quell’unione di attitudine teorica e di abilità pratica che è uno dei presupposti teorici della scientia dell’architetto (a partire dal celebre binomiofabrica-ratiocinatio di 1,1,1).